Mafie, crescono i beni sequestrati in Emilia: l’analisi di Cgil Modena

da | Giu 15, 2015 | Approfondimenti | 0 commenti

I dati ministeriali resi noti a maggio 2015 confermano la contemporanea crescita di due tendenze contrastanti. Una positiva, che vede l’aumento dei provvedimenti giudiziari di sequestro dei beni alle mafie. L’altra negativa, che registra un sostanziale blocco della destinazione finale di quei beni, per un loro pulito riutilizzo sociale. Ciò conferma la calzante attualità della proposta di legge di iniziativa popolare “Io Riattivo il Lavoro”, sostenuta e presentata da Cgil, Libera ed Avviso Pubblico per il riutilizzo dei beni sequestrati. Tendenze del tutto confermate anche per l’Emilia-Romagna.

Meglio chiarire, intanto, di cosa si sta parlando a seguito delle “misure giudiziarie di prevenzione patrimoniale di sequestro dei beni alla criminalità organizzata”, poi in attesa della definitiva confisca. Si tratta di immobili, cioè appartamenti, condomini, sedi industriali e commerciali; terreni agricoli coltivabili e/o edificabili; denaro, assegni, conti correnti, marchi aziendali, ecc…; veicoli aerei, bus, tir, ecc…; titoli finanziari, obbligazioni; aziende. Nell’ultimo biennio aggiornato al 1° marzo 2015, i nuovi procedimenti giudiziari di sequestro, avviati nel Distretto di Bologna – la giurisdizione che ci riguarda – sono ben 32, ponendoci all’8° posto nazionale dopo Palermo, Napoli, Roma, Milano….

In Emilia-Romagna, se dal 2011 ad oggi i beni sequestrati sono stati n° 1.178, nell’ultimo biennio si parla di n° 352, di cui ben 177 immobili ed aziende: nell’ordine, Srl, imprese individuali, cooperative (in crescita). A questi numeri vanno aggiunti la quarantina di patrimoni sequestrati con l’inchiesta Aemilia. Però le confische definitive nell’ultimo biennio e fino a febbraio 2015, sono invece solamente n° 2 per “beni mobili” – somme di denaro tra Bologna e Modena – e n° zero per “beni immobili”!

Ma guai fermarsi a questi dati del contrasto giudiziario, seppur già evidentemente “critici”. Sconfortante è la residuale entità dei beni confiscati, con definitiva destinazione per un loro riutilizzo sociale, bloccato a 3,8 beni su 100 ! Un’enorme ed inaccettabile criticità, derivante da intoppi che vanno risolti con urgenza e coinvolgendo la rete delle strutture presenti e che governano il territorio. Un intoppo, perché il tutto è tenuto a passare da quell’unico e stretto imbuto che è l’Agenzia Nazionale che gestisce i beni sequestrati e confiscati alle mafie.
Fatto sta che i beni destinati in via definitiva negli ultimi due anni, nelle nostre province emilianoromagnole, sono stati solamente n° 5! Parlamento e Governo devono agire con urgenza, ed in tal senso spinge la nostra proposta di legge popolare, già incardinata nei lavori parlamentari.

Ma uno spazio decisivo va attivato subito anche a livello territoriale. Proposta: manca una sede decentrata qualificata, che andrà perciò istituita, per sciogliere nodi decisivi, basilari e perfino ovvii.
– Prevedere un indispensabile ruolo delle Istituzioni territoriali, attivando una sede operativa che coinvolga Regione, Comuni, Prefetture, Procure, Camere di Commercio, Associazioni delle imprese, Sindacati, Professioni e l’associazione Libera, per orientare un’attività urgente e condivisa, tale da disinnescare un blocco – confermato dai dati richiamati – che sarebbe esiziale per l’efficacia e credibilità delle confische antimafia.
– A fronte delle sentenze di sequestro,vanno acquisiti in tempo reale dati fondamentali: l’entità e la tipologia dei beni, la loro ubicazione territoriale. Sopratutto la consistenza ed il loro stato, specie se si tratta, ovviamente, di aziende in funzione e non di “scatole vuote”.
– Studiare azioni concrete e fattibili per il loro “utilizzo transitorio”, ovviamente se si tratta di terreni coltivabili, allevamenti ed imprese. Cioè patrimoni produttivi a rischio di abbandono/fallimento con relativi posti di lavoro. Attivare cioè, anche per la continuità gestionale delle imprese sequestrate, analoghe modalità introdotte per non affondare le ditte escluse dalle White list, nominando commissari/manager piuttosto che liquidatori.
– Impostare progetti ed azioni concrete per individuare le assegnazioni definitive di quei patrimoni, con precise finalità pubbliche e sociali, riconoscibili nel territorio.

(Franco Zavatti, Cgil Modena-responsabile legalità e sicurezza Cgil Emilia-Romagna)