Aemilia, il dipendente del Comune di Finale: “Ero schifato di lavorare lì”

da | Mar 10, 2017 | In Primo Piano, Finale Emilia | 0 commenti

Udienza difficile, a tratti drammatica quella del processo Aemilia sulle infiltrazioni mafiose che si è tenuta mercoledi 9 marzo a Reggio Emilia. Al centro del dibattito il filone finalese dell’inchiesta, che ha visto sfilare diversi testimoni che hanno ripercorso i giorni del 2013 in cui Giulio Gerrini era ancora a capo dell’ufficio Lavori pubblici del Comune di Finale Emilia, prima che venisse condannato per abuso di ufficio e allontanato.

Il clima era alacre, come racconta uno scambio di battute di Gerrini con il consulente esterno Giuseppe Silvestri, il quale era incaricato di valutare il lavoro dei dirigenti comunali, in cui si indicavano le aziende degli imprenditori Bianchini come quelle “da aiutare”, confezionando appalti su misura . A riportarlo in aula è stato il capo servizio della Protezione civile di Finale, Marco Cestari, che ha raccontato che “Dopo aver vissuto il terremoto e lavorato per oltre 30 anni sul territorio ero schifato”, racconta Cestari. “Lo riferii all’ex sindaco Fernando Ferioli (non coinvolto nel processo) che mi disse: non succede niente, Gerrini è fatto cosi’”.

INTANTO “dopo cinque anni di battaglie” si è preso la sua rivincita in aula anche l’ex consigliere comunale di opposizione di centrodestra Maurizio Poletti, che -riportano le agenzie di stampa da Reggio Emilia-  denunciò il “sistema delle irregolarità a Finale Emilia” con tanto di esposto ai Carabinieri nel marzo del 2014. Tutto era partito a fine 2013, quando il teste ascoltato ieri aveva chiesto l’elenco delle determine di affidamento dei lavori da parte del Comune, scoperchiando un vero e proprio “vaso di Pandora”.

Dice Poletti: “Dalle 70 determine risultava che 44 aziende avevano ricevuto l’affidamento molto prima di aver fatto richiesta di iscrizione alla white list e 26 non l’avevano proprio fatta”. Alcuni appalti erano stati affidati alla ditta Bianchini, quando non era piu iscritta.

E ancora: “Cinque atti di affidamento erano relativi a lavori che erano già stati fatti e ho riscontrato anche altre anomalie nel caso dei sub appalti”. Per la palestra polifunzionale ad esempio, “risultava solo una ditta in sub appalto, mentre io ero a conoscenza di 14, di cui solo 3 erano iscritte alla white list”. Altre storture sottolineate nell’esposto dell’ex consigliere, hanno infine riguardato la divisione degli appalti in “pacchetti” da 40.000 euro per poterli affidare direttamente e la violazione del codice degli appalti, che ammette varianti in corso d’opera ma non superiori al 5% del totale dei lavori.

“Il sindaco – conclude Poletti – non ha mai risposto e anzi ricevetti molti attacchi. Dicevano che volevo solo fare propaganda e infangare il Comune e chiedendo gli atti intralciavo l’attività amministrativa”.