Gli ex bambini della scuola elementare di Dogaro si ritrovano a pranzo

da | Ott 19, 2018 | In Primo Piano, San Felice sul Panaro | 0 commenti

DOGARO, FRAZIONE DI SAN FELICE SUL PANARO – Gli ex bambini della scuola elementare di Dogaro si ritrovano a pranzo. Un appuntamento conviviale che si ripete di anno in anno che vede arrivare qui più di un centinaio di persone provenienti da tutta Italia e che tra una un piatto di tortellini e le tigelle, diventa occasione per ripercorrere la storia della borgata. Una storia che merita di essere conosciuta per questa piccola frazione dimenticata da tutti. Nel momento di maggior “splendore” il centro della frazione conteneva: una sala cinematografica, un cinema all’aperto, tre osterie, tre negozi di alimentari, una macelleria, la scuola elementare, due scarpulein, due fabbri di cui uno maniscalco, tre falegnami e nel 1800 anche un mulino ad acqua. L’unica cosa che non ha mai avuto, a differenza di tutte le altre piccole comunità, è stata una chiesa con un prete tutto suo.

Ecco cosa ci scrive Dalmazio Balboni

Dogaro, come centro abitato, è esistente da secoli ne è la prova un ritrovamento, durante lo scavo di un pozzo nel 1931, di reperti di una presunta villa romana. Si trova ai margini di una zona alluvionale e fino al 1700/800 paludosa, ma essendo stato abitato da tanto tempo, è naturale che la parte abitata si trovi in posizione più elevata.

Il nome Dogaro, poco romanticamente,  è sinonimo di “ scolo di acque”: da sempre il punto di ritrovo della comunità è un muretto di contenimento in un incrocio di strade che serve per evitare di finire in fondo all’omonimo canale.

Essendo stato da sempre isolato,  la comunità ha fatto sempre gruppo e tutt’ora ci si ritrova, tutti gli anni a settembre, con persone che si sono trasferite anche in città distanti.

L’appuntamento è un pranzo organizzato da volontari, mediamente è partecipato da circa 140 persone

Nel tempo si sono succeduti diversi animatori che coinvolgevano gli altri ad organizzare varie manifestazioni, ricordo il compianto Rino Molinari scomparso molto giovane, Ivo Govoni anche lui è venuto a mancare da poco, ora l’anima di questi incontri si può riassumere in Claudio Breveglieri.

Abbiamo avuto anche il piacere di avere come nostro compagno di scuola elementare (fino a 40 anni fa c’erano le scuole elementari) il dottor Doriano Novi conosciutissimo anche per la sua passione a comporre poesie in dialetto dogarese (sotto, la poesia il cui titolo è ……scivolare nel dogaro  ovviamente quando gli inverni gelidi permettevano ai bimbi di andare sul ghiaccio).

Con le fotografie fatte nel giorno del pranzo, tutti gli anni realizziamo un calendario in cui esponiamo parte di queste immagini, attualmente abbiamo prenotazioni per un centinaio di copie.

I volontari che organizzano il pranzo

 

Dogaro, a cura di Dalmazio Balboni

Nel comune pensare della gente è il luogo “ luntan da tutt,” quasi dei dimenticati.

Storicamente l’aggregato di case esisteva già sulle cartine topografiche del 1600 con un nome arcaico: “Dugà”, nome che ,senza troppa poesia, significa scolo di acque. Una riproduzione di queste carte è affrescata nei corridoi dei musei vaticani.

Da altre carte topografiche del 1700 si scopre che il bosco Saliceta aveva una sua propaggine fino all’attuale podere “Ca rossa” nei pressi del ponte Fantino.

Se non contenti di questi dati storici volessimo fregiarci di natali ancora più remoti, potremmo raccontare che negli anni ’30 del secolo scorso, durante gli scavi per costruire un pozzo nel podere “Fondo Ponte”, alla profondità di 8 metri, sono stati ritrovati dei reperti romani.

Della provenienza romana di questi reperti  non abbiamo la certezza  ma abbiamo l’orgoglio di crederci e di sostenerlo.

Agli inizi dello scorso secolo il nostro piccolo mondo era isolato ma unito in una comunità che contava oltre 100 famiglie, tutte che si conoscevano e che, per matrimoni o funerali, non negavano un pensiero di partecipazione a questi eventi.

Nel momento di maggior “splendore” il centro della frazione conteneva: una sala cinematografica, un cinema all’aperto, tre osterie, tre negozi di alimentari, una macelleria, la scuola elementare, due scarpulein, due fabbri di cui uno maniscalco, tre falegnami e nel 1800 anche un mulino ad acqua; non ha mai avuto una chiesa con un prete ma non è stata una mancanza sofferta.

Erano quasi tutti braccianti o mezzadri (tarsiadar), i nonni raccontavano della fame vera, quella che il giorno di Natale si poteva scoprire di non aver legna da ardere e solo qualche cipolla nella dispensa e non si andava con l’automobile  in comune a chiedere il sussidio ma si confidava sulla benevolenza del vicino, oppure si prendeva senza troppo scandalo dove si riteneva ci fosse del disponibile.

Il vino era un lusso e chi se lo poteva permettere andava all’osteria al sabato sera e dopo un bicchiere, per la scarsa alimentazione, si era  già euforici, si rientrava a casa a piedi con il tabarro, il quale per sua conformazione aiutava a smaltire il caldo della leggera sbornia.

E’ passato un “secolo” , ma nel tempo di una generazione le vecchie case del centro hanno cambiato tanti proprietari, gente che è arrivata da sempre più lontano, le stalle si sono svuotate, sono spariti gli orti, ci si riconosce sempre con i soliti che, per il trascorrere del tempo, sono sempre meno.

Ora non è facile fermarsi sul “lampion” a fare quattro chiacchiere perché dovremmo essere dei laureati in lingue e la solita diffidenza per gli stranieri ci fa stare sempre più distanti.

E’ passato un secolo e se ne sente tutto il peso,  ma non avrei voluto vivere in un altro periodo a Dogaro perché non avrei potuto conoscere  questa gente e mi sarei perso la parte migliore.