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Covid19, scoperta modenese: test sconsigliati nei primi giorni di malattia

da | Giu 19, 2020 | Mirandola, Carpi, Altri Comuni | 0 commenti

Un accurato ed esteso studio condotto sulla letteratura riguardante la sieropositività nei soggetti affetti da SARS-CoV-2 introduce chiarezza sulle risposte ai test sierologici. La ricerca, pubblicata sulla rivista inglese RBMO Journal, ha impegnato un gruppo di ricercatori modenesi, guidati dal Professor Antonio La Marca di Unimore, e comprendente medici di varie strutture ospedaliere cittadine, e colleghi scozzesi. Secondo gli autori della pubblicazione la ricerca degli anticorpi non permette con i test sierologici di identificare in modo preciso i pazienti affetti nei primi giorni di malattia e, quindi, questi test non possono essere usati nel triage dei malati acuti.

Lo sviluppo di anticorpi a SARS-CoV-2 si manifesta nei soggetti venuti a contatto con coronavirus solo dopo il quinto giorno e pertanto i test sierologici secondo uno studio condotto da ricercatori modenesi e dell’Università di Glasgow hanno una performance che non permette di identificare in modo preciso i pazienti affetti nei primi giorni di malattia e sono pertanto sconsigliati.

Questa la conclusione cui è giunto un gruppo di ricerca afferente alla Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena, coordinato dal Professor Antonio La Marca del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Materno-Infantili e dell’Adulto di Unimore, e composto dalla dottoressa Martina Capuzzo del Policlinico di Modena, dai dottori Tommaso Trenti e Laura Roli dell’Ospedale di Baggiovara, della dottoressa Tiziana Paglia dell’Hesperia Hospital di Modena e del Professor Scott Nelson dell’Università di Glasgow (Scozia), che recentemente ha visto pubblicato il proprio studio sulla importante rivista internazionale inglese RBMO Journal.

I ricercatori hanno condotto la più estensiva ricerca della letteratura ad oggi prodotta circa la sierologia (la misurazione degli anticorpi) per la diagnosi del COVID-19, attingendo ad oltre 20.000 studi che riguardano in qualche modo il coronavirus, allo scopo di identificare tutti quei lavori che hanno indagato il ruolo degli anticorpi diretti contro il SARS-CoV-2 nella diagnostica della malattia. Sono stati infine identificati 66 studi per un totale di oltre 25.000 analisi sierologiche.

Da queste pubblicazioni i ricercatori modenesi e scozzesi hanno constatato che la sieropositività è ancora bassa nella maggior parte delle nazioni del mondo, ad esempio è dello 0.13% a Rio Grand do Sul (Brasile), 1.5% in Santa Clara (California), 1.79 % nello Stato dell’Idaho e 7.1% in Atlanta (USA), 1.2% a Edimburgo (Scozia), 3% a Parigi (Francia), 1.7% in Danimarca e  3.3% a Kobe (Giappone) e 9.6% a Whuan (Cina). Se guardiamo poi a specifiche popolazioni ad alto rischio, quali ad esempio i sanitari che hanno prestato servizio in ospedali, la sieropositività non sembra così differente ed è riportata essere del 5.9% in Utah, 5.4% a Lione (Francia), 1.6% in Germania e 2.6 % a Barcellona (Spagna), mentre per l’Italia abbiamo i dati pubblicati di Padova e Bari che sono del 5.25% e 1.5% rispettivamente.

L’infezione virale – spiega il Professor Antonio La Marca di Unimore – è seguita dalla produzione di anticorpi. Le IgA ed IgM, precedono solo di poco la produzione delle IgG, e quindi il riconoscimento di questi anticorpi permette di individuare coloro che sono entrati in contatto con il virus. Ma, cosa molto importante, gli studi più recenti, più ampi e meglio condotti, ci dicono che la sieroconversione può impiegare anche più di due settimane. La percentuale di soggetti affetti che presentano anticorpi circolanti e misurabili è vicina allo 0% nei primi 3 giorni di malattia, del 30% tra la 3° e 7° giornata, del 47.8% nella seconda settimana per poi salire al 93.8% dopo le prime due settimane”.

Questo dimostra – secondo gli autori della pubblicazione – che gli anticorpi non permettono di identificare in modo preciso i pazienti affetti nei primi giorni di malattia, e che quindi non possono essere usati nel triage dei malati acuti. Ma certamente hanno un ruolo in associazione ai tamponi perché permettono di aumentare la capacità di identificare quei soggetti affetti che per svariate ragioni sono risultati negativi al tampone rino-faringeo.  La misurazione degli anticorpi resta sicuramente un ottimo strumento per tracciare la diffusione della malattia nella popolazione e per testare l’efficacia della sieroconversione nei futuri test vaccinali.

La ricerca – conclude il Professor Antonio La Marca – dimostra anche che la performance diagnostica dei test anticorpali, è strettamente legata al metodo di laboratorio usato. I test anticorpali di laboratorio, soprattutto quelli automatizzati e di recente introduzione da parte delle più titolate aziende del settore performano sicuramente meglio dei primi kit prodotti all’inizio della pandemia, e si conferma infine che i test rapidi, le cosiddette “saponette”, hanno una performance mediamente così bassa, da sconsigliarne l’uso”.